Tronketto #5

Discorso duro a farsi

Chi l’ha duro … la vince! 

 Mancio&Giuggio

Piccoli saggiatori di attimi fulminei della realtà metropolitana con occhi inscatolati negli schermi!
Credete di avere tatto? Che il tatto sia un senso che ha ancora senso? Noi crediamo proprio di si (a naso!). Quindi vedete di ascoltare con gusto l’odore del vostro tatto.
Da un po’ di tempo a questa parte ci tartassate di strazianti quesiti sul perché il tatto sia così importante. Eh!Porcoddueraora! Vogliamo continuare a girarci intorno o vogliamo finalmente arrivare all’ hard core (il nocciolo duro) della questione? Si?

Bene! Era ora!

Diciamo basta alla morbidezza nelle cose: i rotoli di carta igienica ad esempio: avete mai sentito di qualcuno che si è graffiato il deretano con carteggi non appropriati in quel pruriginoso momento di ritorno dal trono ceramico alla vita reale? Noi no! Eppure prevale ovunque la spinta (per quanto non completamente interiorizzata) verso una morbidezza superflua. Noi qui invece si elogia la durezza: concetto vasto, pregno ma che comunque noi tratteremo con la sinteticità a noi propria.

La durezza solletica uomini e donne in egual misura: e noi, non conoscendo altri generi su questa terra da gratificare, ci sentiamo a posto con la coscienza.La durezza secondo la nostra definizione è la condizione desiderata e necessaria al dialogo tattile con la vita. Pensateci: sprona alla sfida. Al contrario la mollezza vanifica ogni velleità di assedio tattile.

Basta con questa filosofia porco-judo-zen-lounge di non opporre resistenza alla forza della controparte. L’assalitore, dopo due o tre approcci, in mancanza della appropriata corporeità e di un carattere tattile deciso, colliqua su se stesso. E’così in ogni campo a ben guardare: nel letto e fuori dal letto, nel divano e fuori dal divano e senza meno nella vita.

Non avete forse voi voglia di palpare quello scultoreo vibrare di un tornito manufatto doppio femminile che non si ammolli subitaneamente dimostrando tendenze ectoplasmatiche impercettibili alla vista? Non avete forse voi voglia di catturare quella prensile-sgusciante ebbrezza di un nerboruto indipercui singolo maschile che non si strugga seduta-stante sciorinando languide attitudini prima sconosciute?

E allora ditelo! Urlatelo al mondo: La(e/i/o/u) voglio/u dura(/e/i/o/u)!

Ora solo a livello sintetico esprimiamo la nostra filosofia sulla durezza in campi meno fisici e corporei. Nella sostanza, (a)stringendo, riteniamo indispensabile dei momenti di durezza nella vita. E che diamine: che non ci si appantofoli nella morbidezza delle percezioni note e delle esperienze già esperite.

Siate duri: serve sempre e fortifica!

Mancio&Giuggio

P.S.: Eppure io a quel ca..o di orsetto bianco del Coccolino gli ero affezionato!

Tronketto #4

Fei…sbuff!

Uno schermo di profilo… mutu ‘gli è.
Mancio&Giuggio

Seduti sui nostri tiepidi sgabelli mungiamo la Rete. Non con esperte e ruvide manone (squosh! squash!), ma con inquieto e gracile ditino: click, click. Percolato di emozioni nell’antro annerito dai bit. La Rete si foraggia del tuo tempo (tic, tic) e ti impiglia, pavido voyeur impaziente.

Nessuna vera emozione sboccia in un dito-secondo. In un mano-minuto.

STACCATI! oFF-liNe… oN-liFe!

Mancio&Giuggio

Tronketto #3

La lunghezza è il problema?

Delittuoso è amputar quel che Natura vorrebbe lungo.
Mancio&Giuggio

Se il pezzo che avete per le mani è corto, è più scorrevole, tipicamente compatto e penetrante. Se lungo, spaventa, poiché più faticoso da digerire, ma forse entra più in profondità e finisce per riempirvi e restarvi dentro. Tuttavia, quando vi ricapiterà di farlo, se sarete CONCENTRATI, lungo o corto, riuscirete finalmente… a ‘reggerlo’ tutto![1]

Mancio&Giuggio


[1] per tutto, si intende il Tronchetto #n

Tronketto #2

Doppi(n)o senso

La comunicazione non disturbi la vita,
la vita non disturbi la comunicazione.

Mancio&Giuggio

Molti lettori ci chiedono da sempre: ma cos’è il Doppino? “Cheregazzini” rispondiamo noi! Per Doppino si intende la coppia di fili che viene utilizzata per la trasmissione delle comunicazioni telefoniche e che collegano fisicamente ogni appartamento alla centrale di zona. Ma, lo vedete da voi, si tratta di una spiegazione banale, assai riduttiva e meccanicistica. Tuttavia, per l’enorme impatto che il Doppino ha sulla nostra vita filosofica e sentimentale, noi filosofi non possiamo esimerci dal dedicare a tale tema un bel Tronchetto. Ed eccolo qua.

Non provate forse voi nostalgia dell’amico che vi citofonava sotto casa a sorpresa per farvi scendere, o per salire ad invadervi la cameretta? Non sentite la tenacia del brivido secco nel chiamare l’amato/a a casa e trovare il MammaPapà che vi risponde: “Si…adesso te la/lo passo….ma tu chi sei?” E presto! Fingersi un amico/a di scuola e ricevere in risposta un mugugno-falso-convinto. Sentire poi inesperti tacconi lontani, e in controtempo, scanditi dal cuore a ritmo doppio, trascorrere i secondi che vi separano dal “Pronto?”. O quando la risposta del coinquilino-in-mutande è “Sta al bagno, ti faccio richiamare?”. La delicatezza di evitare gli orari proibiti e la possibilità di disturbare. Ecco, purtroppo oggi con il Parlatoio-En-Plein-Air (da ora in poi PEPA, anche volgarmente detto cellulare), non è più in chi chiama l’onere di non disturbare in determinati orari, ma al contrario, è dovere/diritto di chi potrebbe essere rintracciato spegnere o silenziare il suo comodo PEPA. Ahinoi!, non è più concesso entrare nell’intimo di una casa a gamba tesa.
Non avete forse voi nostalgia della possibilità di uscire di casa e chiudere così ogni possibilità di contatto telefonico, ringalluzzendo la possibilità di contatto fisico diretto? Lo staccare, che non è più un gesto volontaristico fisico: una volta, quando si voleva fuggire dall’assillo telefonico, si usciva, oggi si deve silenziare (e, volendo, tenere in vibrazione) il proprio PEPA. Che comunque sta lì con voi a scaldarvi (per sfregamento, qualora chiamati) le parti basse.
Per non parlare delle conseguenze sulla concentrazione dell’essere umano. E’ esperienza comune che in ogni momento i PEPA propri o altrui possano interrompere il flusso dei desideri, degli impegni, delle reveries, delle relazioni trombofore. E poi? Parliamone! La rigorosità di un appuntamento! Il valore del rendersi disponibile, puntuale, senza se e senza ma (altro che quei girotomunisti) e senza le successivemodifichedellultimominuto dettate da questioni che, seppur di poca gravità o urgenza, ci possono portare a cambiare i nostri ed altrui programmi. Del tipo: “Quanno stossòttodate, te faccio ‘no squilletto”. Diciamo noi: “Ma che sei un tossico (senza offesa) o il managerone da dumijoniarminuto? Che te sò cascate du dita pè fa ‘na citofonata?”. Il valore dell’aspettare l’altro, cribbio.
La chiamata al Doppino è necessariamente fra luoghi fissi, tra poltrone, si potrebbe dire. E con esso è quindi assai minore il rischio di trovarsi all’altro capo del telefono un uomo al 30%, il cui 70% è perso a rubare il portafogli ad una vecchietta, insultare l’automobilista rivale, buttare la mondezza, chiudere una porta (che intanto firmo per il postino, ..si miscusimasonoaltelefonino…la posso richiamare tra due minuti….oddio che odio…e se la nostra chiamata dovesse durare di più? Che diavolo ne sai di quanto staremo al telefono?)
Libera linea in libero stato in libera chiesa, si diceva una volta.
Ritornando alla definizione iniziale, ma esaminandolo ora nella sua essenza, il Doppino trasporta elettroni-baccanti invasati in una danza sulla musica delle vostre parole. Cosa c’è di più poetico? Oltre al risparmio di avere una flat che – nella sua apparente gratuità – rende la conversazione priva di ansiette economiche, c’è lo sfrenato voyeurismo di cogliere i vostri amici in flagranza di domesticità. Costoro si meravigliano: “Ma tu sei l’unico che mi chiama a casa!!!”. Contenti? Mah, forse leggermente irritati, ma comunque affascinati. E poi quando li chiami e i loro parenti ti fanno sentire inettotirchio, apostrofandoti: “Guarda, non è in casa, puoi chiamarlo sul cellulare!” con quella faccetta (si, grazie alla durata priva di ansie della comunicazione, il doppino ancora permette di mettere a fuoco le facce) e quel tono acidulo il cui sottotesto è: ”perché cachilcazzoacasa? Pure i poppanti sanno che chiamando al cellulare lo trovi di sicuro senza infastidire gli altri!”. Il Doppino è possibilità, è R I S C H I O , e per questo è per noi una via preferenziale di sfogo e di transito di emozioni. Il Doppino è un canale di comunicazione emozionale probabilistico: non dona la certezza della comunicazione, ma ci fa certi che quando ci sarà, sarà una comunicazione da paura, e accresce l’attesa e l’orgasmo annesso.
Con questo adesso non fate i soliti stronzi: non siamo retrogradi, famo a capisse. Con questo non vogliamo dire che il Doppino sia tecnologicamente superiore al PEPA. Qualcosina l’abbiamo studiata pure noi, mica solo l’amico Ennio. Il PEPA è certamente un mezzo più efficiente e comodo che permette di aumentare le possibilità di comunicazione, ma non necessariamente aiuta a far crescere il dosaggio emotivo (pathos) associato alla chiamata. Il PEPA abbatte l’incertezza, fornisce una grossa sicurezza tecnologica, che a tratti può sostituire quella sentimentale. L’aumentata sicurezza tecnologica che permette rintracciabilità praticamente infinita, apre la porta a quelle che noi filosofi-scienziati (e scusate il tecnicismo) definiamo pippe mentali sul destino del chi-amato (oddio non mi risponde…che starà a fa’?) accrescendo conseguentemente l’ansietta.
Credere nel Doppino è credere negli altri. Noi ora diciamo BASTA con i bambini PEPizzati sin da bambini con un cord(less)one (elettr)ombelicale in eterno collegamento, senza alcuna speranza di essere mai reciso. E poi diciamo BASTA con i vecchi forzatamente imparlatoiati dai figli post-sessantottini e ormai ansio-cinquantenni.
Credere nel Doppino è credere anche in noi stessi. E’ una prova provata di autostima. Esalta la nostra capacità diplomatica nel parlare a testa alta (anche questo si vede al Doppino) con i futuri suoceri, nonostante col comodo PEPA avremmo potuto evitare il confronto per lunghi anni, continuando seraficamente a trombare in barba a qualunque responsabilità tribale e parentale, e spazzando sotto lo zerbino gli effetti collaterali di una relazione umana.
Credeteci: farsi sentire dal Genitore un uomo tosto al telefono è già aver conquistato tutta la famiglia! Pensateci, piccoli scopatori modello “tossico-bel-tenebroso” o “cucciolino-in-difficoltà”. Certi problemi è meglio non rimandarli a dopo…
Credere nel Doppino è credere in una rinascita della nostra vita su basi autonome. BASTA essere sbandieruolati dal vento delle mutevoli decisioni dell’ultimo che ci chiama, o dai sensetti-de-colpetta di quando lei chiede di passare comunque a prenderla all’ultimo momento (cribbio, se sto a fa ‘nartra cosa, ce sarà un motivo…organìzzatedate! La prossima volta sedamonapunta con un po’ d’anticipo tramite doppino).
Credere nel Doppino è tornare a pianificare la propria esistenza, basandosi sulle parcamente stabili basi che la vita liquido-moderna ci offre e senza ansie extra. Non fate quelli fichi dell’ultimo momento per far vedere che siete efficienti e mondani, dateve una calmata! Programmate il lavoro e gli incontri di piacere su scala mensile, e fate in modo che tutti si sentano più rilassati, e certi di avervi o non avervi nei tempi previsti.

Per chiudere (riattaccare?) vi lasciamo una massima minimalista:
Dopatevi di Doppino®.

Tronketto #1

Una vita ribaltando tavolini
(incuranti degli scaldabagni)

Collana: Tronchetti de Mancio&Giuggio
R.T.F. edizioni

Prefazione

Una delle tante inutili passeggiate per sentierini, buone solo a far scorrere il tempo degnamente su questa terra, persi in quello che Mancio&Giuggio chiamano “Progetto Solino”. Progettualità! Ecco quello che da alla vita un senso positivo: in una parola, trovare tante piccole cazzatelle da fare.

Per questo nasce la collana “Tronchetti de Mancio&Giuggio”: condividere (parola anni ’70 e forse ..forze…(?) inusitata) emozioni e momenti pregni di saggezza avita[1][1], e se vogliamo filosofia.

Quando il nostro Editore ci contattò per mettere finalmente bianco su nero (come zucchero a velo sulla torta al cioccolato) le nostre altrimenti farfallone discussioni, fummo impalati da subitaneo timore di non essere all’altezza nel comunicare esattamente ai nostri lettori quanto emergeva dalle nostre socraterie. Ma poi ci rendemmo conto che se Heidelberg..Heisemberg…(o come si chiama?) Heidegger avesse saputo del nostro intento, egli ne sarebbe stato fiero dall’alto dei suoi nazi-baffetti.

Ed è quindi con italici orgoglio e baldanza che ci apprestiamo a districare la matassa dei nostri gomitolosi discorsi. Icchettnunk nasce la collana “Tronchetti de Mancio&Giuggio”.
Siamo anche orgogliosi di introdurre in questa virginea edizione delle novità: in primo luogo la nuova veste grafica con inchiostro tutto vostro. Infatti, grazie alle edizioni r.t.f. (ricchi tronchetti filosofici), nessun nostro agente chimico è caduto sulle montagne di carta delle tipotipotipografie e conseguentemente nessun pilastro portante è stato tagliato, né edificio è inaspettatamente crollato per far spazio ad un nuovo malaugurato impianto di stampa. In secondo luogo nessun albero è stato abbattuto né per stampare, né per percorrere il sentierino. In terzo luogo nessun camion si è spostato per portare il vostro bel tomo preferito a casa vostra. In quarto luogo… se prima non c’era adesso c’è.
Auguriamo quindi ai nostri lettori, che speriamo vieppiù numerosi, un’addentrata lettura ricca di avvolgenti loffe e roboanti risate che spazzino il tanfo come carducciano maestrale. E vi lasciamo con una frase signi-fica-tiva: ”nunca dejes un tronquito detras de tu espaldas, porque en la vida nunca sabes” [2].

Cordial-menti vostre

Mancio&Giuggio


[1][1] (M) Tramandata o ereditata dagli antenati. Si precisa che le note spiegheranno parole difficili o desuete solo ove almeno uno dei due autori ne ignori il significato al momento della scrittura. Tra parentesi l’iniziale dell’incolpevole ignorante.
[2] (M) Non lasciare mai un tronchetto dietro di te, perchè nella vita non si sa mai.